Una ricerca senza inizio e che, forse, mai avra' fine. Far cessare il duello permanente tra Ego e anima, trovando l'equilibrio tra cio' che si e' e cio' che bisogna apparire...
Chi Sono
Sono stato per lunghi anni, da quando ne avevo 18 fino ai 37, un "ricercatore dell'anima", incuriosito tanto dall'esoterismo quanto dalla psicologia del profondo, affascinato in particolar modo quando scoprivo in essi percorsi paralleli, ma sempre con un nocciolo scettico che mi impediva di cadere preda di facili entusiasmi.
In seguito a disavventure sentimentali, lutti e momenti difficili, ho avuto la mia pausa, durata quasi 4 anni.
Adesso, a poco a poco, quella sete di conoscenza, quella voglia di chiudere il cerchio, si stanno di nuovo facendo strada...
Stasera vi lascio una semplice storiella buddista, breve ma... importante!
Ricordo ad esempio una volta in cui ero davvero addolorato dall'andamento di una storia amorosa, ero davvero affranto e il pensiero di "lei" mi tormentava. Improvvisamente ebbi una strana intuizione: mi voltai di scatto e... vidi che lei non c'era! Non era attorno a me, capite?
Improvvisamente mi sentii molto meglio
Leggete la brevissima storiella e il commento (non mio) e forse capirete di più...
Come? Mi sembra già di sentirvi "Non è così facile!" E chi dice che è facile? Nessuna intuizione del genere lo è, sembra banale, scontata... forse proprio per questo di solito ci sfugge...
p.s.: la musica proposta alla fine del post è tratta dalla colonna sonora del Piccolo Buddha di Bertolucci, composta da Ryuichi Sakamoto... ci credete se vi dico che mi commuovo ancora ogni volta che la sento?
Un giorno Hui-k'o si presentò a Bodhidharma e gli disse: "La mia anima è tormentata: ti prego, dalle pace!"
"Portami qui la tua anima e io le darò pace."
"Come faccio? Quando la cerco, non la trovo."
"Allora è già in pace."
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Commento: Anche l'idea di "anima" è un prodotto della mente, e così quella di ego. Il problema è che noi finiamo per credere reali semplici immagini simboliche, e su di queste costruiamo interi sistemi filosofici che incidono pesantemente sulla nostra vita. Il discepolo di Bodhidharma si era costruito una "storia" sulla propria "anima tormentata", e in base a questa fantasia soffriva realmente. Ma, quando il maestro gli fece notare la sostanziale irrealità di quella idea, ecco che anche i tormenti mentali gli apparvero di colpo inconsistenti. Impariamo a constatare come gran parte delle nostre sofferenze sia un prodotto della mente. Cerchiamo di dare un'occhiata al di là di questa immaginazione mentale che ama la contrapposizione. Anziché essere vittime di ciò che pensiamo, diventiamone i padroni. Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l'uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non so! Chiedi al cavallo!".
Ci sarebbero meno bambini martiri
se ci fossero meno animali torurati,
meno vagoni piombati che trasportano alla morte
le vittime di qualsiasi dittatura
se non avessimo fatto l'abitudine ai furgoni
dove le bestie agonizzano senza cibo e senza acqua
dirette al macello.
(M. Yourcenauer)
Voglio ringraziare tutte le associazioni animaliste e i singoli individui che operano fisicamente sul campo per aiutare questi animali. Voglio ringraziare le collaboratrici al blog, senza le quali mi sarebbe impossibile tenerlo aggiornato in questo modo, in particolare: Finadel, Leatitti, CutieApple.
E infine voglio ringraziare tutti coloro che direttamente o indirettamente - indicando il blog a chi voleva adottare un cucciolo - hanno contribuito ad aiutare gli animaletti
Se potrò impedire ad un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare
nel nido non avrò vissuto invano.
(Emily Dickinson)
Stasera voglio usare una splendida poesia di Giusi Vanella (HappySummer), per ringraziare una persona per me molto speciale: la mia She-Wolf (letteralmente "Lupa" ) per essermi stata vicina in un momento difficile. Quando ho letto queste parole, mi sono detto "queste parole potrebbero essere sue!"
Naturalmente ringrazio anche la nostra bravissima Giusi per il permesso accordatomi riguardo alla pubblicazione della sua poesia (a proposito... riapri presto il tuo blog "happysummer", mi raccomando! ).
Notte stellata sul Rodano - Vincent Van Gogh (1888)
Tra noi insondabili silenzi
e in cielo, come lentiggini, le stelle.
Poi appoggiasti la testa
alla mia spalla,
non più falco predatore
approdato tra gli ulivi e tra gli aranci,
ma uomo. D'improvviso
trapelò la tua stanchezza,
come ala rotta
lungo il tuo volare.
Fosti mio, in quei momenti.
Solo mio.
Il mondo restò fuori,
oltre la notte.
(poesia di Giusi Vanella)
E qua, che spunta con il suo adorabile musetto, vi presento un delizioso (e rumoroso ) canetto... mi sembrava doveroso, visto che ormai è a buon diritto amichetto di Sissi e Julius
Lui si chiama Tom, e certamente è contento di conoscervi... purché non vi avviciniate troppo però!
Nel fine settimana non ci sarò, ma - grazie a Morellina che ha citato un'altra canzone dello stesso autore nel suo blog dinuovociprovo - volevo lasciarvi proponendovi una canzone che per me vuol dire molto, a mio avviso una delle più belle canzoni italiane che siano state scritte e cantate.
Non avete idea di quanto farei a cambio con un cervo, un gabbiano, una pernice... forse perfino una foglia o una castagna .
Perché? Bé... dice tutto il buon Riccardo... quella pernice di montagna che non ha bisogno di sognare per volare... essere intenti solo a volteggiare, senza paura di cadere... senza domande, né frustrazioni... fantastico!
I buddisti sostengono che sarebbe un passo indietro, ma... se è vera la storia della reincarnazione, e potessi scegliere... mi sa che gli esseri umani stavolta potrebbe attendermi a lungo, molto a lungo!
Cervo a primavera
Riccardo Cocciante
E io rinascerò
cervo a primavera,
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare,
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare.
E io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò
in qualcuno che non può più fallire
una pernice di montagna,
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna.
E io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò,
con penne e piume senza io
senza paura di cadere,
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore
E io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito,
così felice di esser nato
tra cielo terra e l'infinito.
Ho già pubblicato in passato scritti di Ralph Marston, generalmente tradotti e adattati dall'amico Rodolfo di Maggio (che adesso non sento da parecchio in verità). Stasera vi voglio proporre questo, a me piace molto, trovo che possa essere applicato ad ogni campo della vita...
Ah! Quello in foto è il mio Julius!
CAVALCARE LE SFIDE (adattato da un saggio di Ralph Marston)
La vita spesso ti presenta delle sfide difficili e, nel farlo, ti pone di fronte a delle scelte. Puoi scegliere di accettare le sfide, per difficili e complesse che possano essere, o puoi scegliere di evitarle, allontanandotene.
Se ti allontani dalle sfide, cerchi di nasconderti da loro, o se le ignori, queste non fanno che crescere in difficolta' e complessita'. Se davvero stai cercando la strada piu' facile per uscirne, la cosa piu' semplice da fare e' di affrontare le sfide il piu' presto possibile.
Sebbene il coraggio all'inizio sembri la scelta piu' difficile e impegnativa, a lungo termine e' la scelta piu' facile da seguire. Avere il coraggio di guardare con onesta' alle sfide e di affrontarle ora, quando sono ancora gestibili, ti risparmiera' dall'esserne sopraffatto nel futuro. Fare cio' che e' necessario fare quando serve che sia fatto puo' certamente essere compito difficile e sgradevole. Mancare di farlo, comunque, sara' mille volte peggio. Quando fronteggi le sfide subito, le puoi affrontare sul tuo terreno di gioco, alle condizioni da te scelte. Se le postponi a piu' tardi, ogni giorno di ritardo limitera' le tue opzioni ed indebolira' la tua posizione.
Il coraggio di prendere ora l'iniziativa non e' in realta' che niente piu' del buonsenso ordinario, illuminato da una prospettiva straordinaria. Elevati sopra il momento attuale, guarda la situazione a lungo termine, e troverai il coraggio di affrontare le sfide piu' impegnative.
Il procrastinare è una delle malattie
più comuni e più mortali
e il suo effetto nefasto sul successo
e sulla felicità è molto grande.
(Wayne W.Dyer)
Un giorno la paura bussò alla porta,
il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.
(King Martin Luther)
Parliamo un po' di sogni Non sogni ad occhi aperti stavolta, ma sogni veri, onirici. Esattamente diamo un'occhiata alle figure che popolano le nostri notti...
La gente presta poca attenzione ai sogni e alla sua importanza. Ipotizzano che il sogno non e' altro che la conseguanza notturna di cio' che si e' vissuto durante la giornata o un parto di una cena pesante non smaltita. Nella prima ipotesi, in parte e' vero, meno verosimile e' la seconda. Nessuno o quasi pero' sostiene che il sogno e' un insieme di messaggi tramite viaggi astrali, nei quali il dormiente e l'aldila' s'incontrano ed e' cio' che vissi io nelle prime settimane del millenovecentoottantanove, forse il piu' importante per risalire un poco la china.
Ogni alcolista ha un fondo da toccare ed evidentemente il mio l'avevo tastato nel capodanno precedente ed ora il fato cominciava a farmi risalire, sottoforma di un sogno in una della tante mie notti agitate. Riposare senza l'ausilio della bestia era quasi impensabile, giacche', le poche volte che mi coricavo, con la promessa di non bere piu', facevo fatica a prendere sonno e mi rigiravo nel letto come un'anguilla al mercato. La bestia, perlomeno mi faceva cadere in pesanti sonni senza sogni, ma quella notte non fu cosi' e mi venne in sogno Don Eugenio, il mio sacerdote d'infanzia. Mai avevo dimenticato la sua figura di antico, burbero prete, tanto benevolo quanto irascibile. Lo vidi subito, il primo giorno che andai al suo oratorio, me ne stavo in disparte e lui venne incontro a me, mi prese per mano e mi porto' in compagnia degli altri ragazzi che giuocavano a ruba-bandiera. Ricordo che disse ad un ragazzo, di cedermi il posto ed egli lo fece volentieri, tanto era la stima che portava a quest'uomo. Don Eugenio, aveva un sorriso unico, in confessionale ti abbracciava, chiamandoti "figliuolo", dedicando completamente la sua vita ad ognuno di noi. Innumerevoli le notti insonni, per cercare di risolvere i problemi economici dell'oratorio, sempre armato di una grinta inesauribile, di forza sovrumana, come nel realizzare i canestri a occhi chiusi, o le partite vinte a scacchi. Soltanto quando il sonno lo vinceva, davanti alla scacchiera, si riusciva a batterlo. Questo Santo, lasciava questa vita, in silenzio, all'alba di un mattino nebbioso, senza che il suo cuore provato, gli desse un avviso.
Nel pieno dei miei diciassette anni, in quel nefasto anno, perdevo il nonno Emilio e Don Eugenio, che torno' da me quella notte. Era in una cattedrale, attorniato da altri prelati, con un manto di una bellezza indescrivibile e un copricapo papale. Appena mi vide si alzo' e scuro in volto mi disse "Ma e' mai possibile che non sai fermarti? Cosa scrivero' di te' sul libro che Dio mi domandera'? Basta, metti la testa a posto, attento che sei in forte pericolo!!! ...Mi svegliai di soprassalto, ansante, in un lago di sudore, terrorizzato, nel buio totale della notte... Don Eugenio, colui che mi aveva dedicato la vita, mi era apparso in sogno dall'aldila' per mettermi in guardia... "Il giorno che Dio mi chiamera', apriro' il mio libro ed Egli mi domendera': cosa hai fatto dei ragazzi che t'ho affidato? Cosa hai fatto di ognuno di loro?", ci diceva sempre sorridendo.
Piangendo, pensai a me, ad alcuni amici morti di droga, altra, piaga gia' dilagante di allora, e mi struggevo per aver dimenticato quelle sue parole, domandandomi perche' forse mi aveva abbandonato... Ma Don Eugenio non mi aveva scordato, questo sacerdote che sembrava uscito da un romanzo di Guareschi, tanto da ricordarmi Don Camillo, aveva scelto il modo piu' diretto da buon "temporale" come era stato in vita... e aveva in un certo senso fatto centro... cominciavo di nuovo a riflettere...
Commento di Wolfghost: Interessante questo sogno
In realta' poco importa se il personaggio che compari' nel sogno fosse davvero Don Eugenio oppure la parte "forte" del nostro Paolo che ne usava la figura simbolicamente, cio' che importa e' che... abbia funzionato
Spesso il nostro subconscio usa figure simboliche per mandare i propri messaggi, figure che ovviamente non sono casuali ma sono esempio di cio' che dobbiamo fare. Non a caso spesso viene usata la figura dei genitori.
Senza escludere la possibilita' che sia stato davvero Don Eugenio ad apparire al nostro amico (è giusto rispettare le credenze di tutti, poiché è ciò che crediamo ad essere vero per noi), la parte del suo subconscio che voleva la sua reazione potrebbe aver usato la figura di un personaggio forte, determinato, convinto, per rafforzare il suo messaggio di forza, determinazione, convinzione.
Un modo per dirgli (e per dirsi!) "Dai, e' ora di rialzarti!"
In fondo quel che cambia e' solo... il merito: anziche' distribuirlo tra Paolo e Don Eugenio, nel secondo caso andrebbe esclusivamente a Paolo
... e credo sia giusto così!
Era già qualche giorno che cercavo di scrivere un nuovo post ma poi, per una ragione o per un'altra, finivo sempre per rimandare. Stasera pareva non fare eccezione: sono arrivato a casa presto dall'ufficio, niente palestra, niente spesa, ma... dovevo assolutamente terminare le pulizie della casetta (di solito le faccio nel weekend ma a volte non posso e in altre sono un po'... pigro ); così, quando ho guardato l'orologio a parete, mi sono detto "Uff! Anche stasera è ormai andata!". E poi, quando sono di fretta o ho poco tempo, è come se le idee e la creatività su cosa scrivere scappassero dalla mia testa
Stavo perciò per chiudere quando mi sono accorto... che il post "era lì", praticamente pronto, solo da buttare giù nero su bianco: il tempo e la sua preziosità!
Ho sempre pensato che il dono più prezioso che possiamo fare e ricevere sia... il nostro tempo. E non solo perché un giorno, giocoforza, non ne avremo più e potremmo rimpiangere ciò che non abbiamo fatto - o, al contrario, che abbiamo fatto ma non lo meritava! - ma perché in questa società molti di noi sono sempre di corsa, e se non sono di corsa... sono così abituati ad esserlo che si prodigano per trovare il modo di esserlo, non è così?
Perfino gli hobby dopo un po' vengono spesso percepiti come un dovere al quale non ci si può sottrarre...
Ecco allora che a volte si rimane stupiti quando si incontra qualcuno che ci dona il suo tempo!
Magari ci si stiamo lamentando che dobbiamo fare qualcosa - lungi da noi l'idea che qualcuno ci aiuti, manco ci sogneremmo di chiederlo, disabitudinati come siamo - ma... qualcuno ci dice inaspettatamente, con convinzione e spontaneità, "ehi, se vuoi ti do una mano!"...
Si può rischiare perfino di insospettirci e pensare che ci sia dietro qualcosa...
Il regalo più prezioso per me è sicuramente il tempo. Chiunque può comprare un dono materiale, magari facendo un salto all'ultimo minuto in un negozio per strada o perfino in autogrill (sarà un caso che adesso negli autogrill si trovi di tutto? ), ma... chi offre il suo tempo per noi, o è una persona speciale, che sa cosa è importante, oppure è qualcuno che davvero ci apprezza e ci vuole bene
... ovviamente scarto la terza ipotesi, quella che certamente molti a questo punto avranno maliziosamente pensato, ovvero che "non avrà nulla di meglio da fare!" In realtà molte persone non hanno nulla di troppo importante da fare, eppure... per voi non alzeranno un dito, potete scommetterci!
... e adesso, siccome ho sentito un gran rumore di stoviglie e posate (Julius!!!! Gattaccio!! Che diavolo stai combinando?? ) sarà meglio lasciarvi e correre a vedere che sta succedendo!
Alessandro recide il nodo Gordiano, di Jean-Simon Berthélemy
Il nodo gordiano di Paolo Coelho
L’esperienza è una cosa molto positiva, ma non è tutto. Spesso essa ci fa adottare soluzioni vecchie per problemi nuovi, e noi continuiamo ad andare avanti senza capire che la vita è movimento e che ci troviamo sempre di fronte a nuove sfide.
Nell’antica Grecia, un carrettiere di nome Gordio fece un nodo talmente complicato che nessuno era capace di scioglierlo. Nacque allora la famosa leggenda: chi fosse riuscito a snodarlo, sarebbe stato il più potente degli uomini.
Molte persone tentarono, finché il giovane Alessandro passò per il tempio in cui si trovava il nodo. Provò, vide che non sarebbe riuscito a disfarlo, allora prese la sua spada e lo tagliò a metà. Pochi anni dopo, Alessandro divenne il signore supremo del più vasto impero che il mondo abbia conosciuto, e fu definito il Grande.
«Così non vale», avrà sicuramente detto qualcuno vedendo Alessandro tagliare il nodo. Ma perché non vale? Era solo una soluzione nuova per un problema antico.
Commento di Wolfghost:
"Una grande intensità: evocazione di qualcosa proveniente dal nulla. È vero che gli strumenti sono quelli, la tecnica, le abitudini, ma un incognita permane: gli anni di pratica non vi possono proteggere (non vi devono proteggere). Bisogna gettarsi in uno spazio vuoto, uscire dalla memoria. Tutti vi stanno guardando, e in questo momento della vostra vita, smettete con i luoghi comuni e inventate."
Tim Hodgkinson (compositore musica sperimentale)
La nostra mente è un complesso sistema di Neuroni e di reti cerebrali che li unisce. E' come una intricata rete stradale, su cui viaggiano i pensieri, che collega posti dove risiedono immagini e memorie.
Quando prendiamo un'abitudine, che essa derivi da un'azione ripetitiva che adottiamo noi stessi nel passare del tempo, o da un uso e costume insito nella società nella quale viviamo, è come se la strada che portasse a quel determinato ricordo, e che ci porta a compiere una determinata azione o reazione, divenisse molto più larga e quindi facile da percorrere delle altre, con il risultato che i pensieri si indirizzano quasi sempre proprio in quella determinata direzione. In un certo senso, ci disabituiamo a percorrere strade nuove, ad avere idee, indirizzandoci sempre verso strade e soluzioni ben conosciute e collaudate... ma che non necessariamente sono le migliori.
Un esempio tipico è quello delle cosiddette "seghe mentali", dove facciamo correre i nostri pensieri ore e ore, giorni e giorni, ma sempre sulle stesse strade, con i medesimi risultati.
Non è che non esistano altre strade e soluzioni, è semplicemente che noi non le vediamo, incanalati come sono i nostri pensieri lungo i soliti percorsi abitudinari.
Cambiare questa strategia è possibile nel tempo. Basta rompere la prima delle abitudini: affidarsi alle abitudini e agli usi e costumi. Il che non vuol dire "fare gli strani", l'esperienza - come dice Coelho - è fondamentale per crescere, ma semplicemente pensare a ciò che si sta facendo, "fermandosi" e guardando con oggettività i propri comportamenti, come se li si vedesse dall'esterno. Poi potremmo anche decidere di continuare sulla solita strada, ma almeno sarà perché davvero la riterremo la migliore.
Non è forse vero che spesso siamo capaci di indicare le soluzioni più logiche agli altri ma non siamo capaci di fare lo stesso con noi?
Ovvio, non è semplice, ma imparare a guardare anche le strade laterali, pure se sono più piccole, rifiutandosi di seguire acriticamente la strada principale, è un qualcosa che si può insegnare alla propria mente.
Riprendo dopo lungo tempo (era l'inizio del 2008!) a elencare alcuni degli aforismi che preferisco
Le foto sono mie, si tratta di Merano e dintorni (questa sopra, ad esempio, è fatta da Castel Coira, sopra Sluderno).
1. Il peggior peccato verso i nostri simili
non e' l'odio ma l'indifferenza;
questa è l'essenza della disumanità. (Marcel Proust)
2. C'è qualcuno seduto
all'ombra oggi perché
qualcun altro
ha piantato un albero
molto tempo fa. (Warren Buffett)
3. Quando gli elefanti combattono è sempre l'erba a rimanere schiacciata. (proverbio africano)
4. La maggior parte delle sfortune
sono il risultato del tempo
utilizzato male. (Napoleon Hill)
5. Un bimbo impiega due anni
per imparare a parlare,
un uomo impiega una vita
per imparare a tacere. (autore a me sconosciuto)
6. Avere successo può voler dire
uscire dalle fila e marciare
al suono del proprio
tamburino personale. (Keith DeGreen)
7. Molto spesso siamo
noi i peggiori nemici di noi stessi,
con il vizio che abbiamo
di erigere ostacoli sul cammino
che conduce al successo e alla felicita. (Louis Binstock)
8. Il vero Amore è quando
il tuo cuore e la tua mente
dicono la stessa cosa. (Leanna L. Bartram)
9. Tutti abbiamo forza sufficiente
per sopportare i mali altrui. (Francois de La Rochefoucauld)
10. Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi. (Leo Longanesi)
Stasera voglio pubblicare una bellissima fiaba raccontata da IrisLuna. A me è piaciuta tanto, e dopo tanti post un po' tristi è proprio quel che ci vuole
Prima però... un ringraziamentoa Firearrow per la modifica del template! Se adesso trovate le icone per il social-networking (credo si dica così... ) e i commenti pop-up assieme a quelli permalink, è merito suo!
Ringraziamenti anche da Julius e Sissi, eccoli qua Ehm... ragazziiii! Svegliaaaaa!!! Uff... vabbé, ti ringrazio io anche per loro!
Nel weekend non ci sarò, ma... lo sapete: risponderò comunque a tutti, presto o tardi
E ora la splendida fiaba di Iris...
La Luna Piena - Una fata dei boschi e un gatto nero Fiaba raccontata daIrisLuna Blog:Frammenti di Luna
Ogni volta che c' è la luna piena, come in queste notti, mi torna alla mente una favola che mi raccontavano da piccola. Parla di una fatina dei boschi, un gatto nero, e di una panchina bianca in mezzo al mare...
Le figlie di Aradia amano cantare e passeggiare per i boschi, niente riempie loro il cuore di gioia come pregare per la grande madre, e onorarla ballando sotto la luna piena. Venivano appellate fate, e avevano grandi poteri, che traevano dall'amore stesso che nutrivano per Diana. Ognuna delle fate era dotata di bellissime ali, che permetteva loro di volare perfino sopra le nubi, in modo da non perdere mai di vista la luna, nemmeno nei giorni di pioggia. Un giorno, dal pianto di una ninfa, nacque Iris. Le sue ali erano le più colorate, ma avevano un difetto: non riuscivano a volare. Quelle ali erano troppo deboli, e Iris non poteva seguire le compagne qua e là per il bosco; dovete infatti sapere che le fate non amano muoversi a piedi, ma lo fanno sempre volando molto velocemente, in modo da non farsi vedere da occhio umano. Quindi Iris rimaneva sempre da sola, specialmente sotto la pioggia, mentre le altre fate erano lassà, sopra le nubi, a danzare alla luna piena. Iris altro non poteva fare che camminare. Camminava, e camminava tanto, e così scoprì tante piccole cose del bosco che alle fate sfuggivano, svolazzando qua e là. Scoprì su quale fiore su posava la rugiada più fresca, ad esempio, o dove cadeva la prima foglia in autunno. Ma camminando camminando, Iris iniziò ad uscire dal bosco, ed esplorò zone sempre più lontane.
Un giorno, nelle sue esplorazioni, vide una grande massa d' acqua, che gli umani chiamavano "mare". Era incantata dal come riuscisse a rimanere lì, eppure muoversi con quelle sue onde. Ed era incantata da come la luna piena si riflettesse sopra di essa. Così danzò e ballò in onore della Grande Madre, da sola, senza le altre fate. Ma mentre danzava e ballava, qualcuno la stava guardando. Iris sentì il suono di un campanellino, e si accorse della sua presenza. Era un piccolo gatto nero con lo sguardo curioso. Iris rise, il suono di quel campanellino le piaceva. Allora il micio lo agitò apposta per farla ridere di nuovo.
Iris e il Gatto Nero si presentarono, e iniziarono a parlare. E camminarono. Camminarono e parlarono tanto, fino a raggiungere una panchina, una panchina bianca che si trovava proprio in mezzo al mare, in mezzo alle onde. E li si sedettero per riposare un po'. Iris guardò in silenzio il piccolo micio, e iniziò a fargli delle carezze sulla schiena, come piacciono ai gatti. Il micio rimase stupito e chiese "perchè?", la fata rispose che sapeva leggere nell' animo, e sentiva che il suo era ferito e che più di ogni altra cosa, più di ogni altra parola, aveva bisogno di affetto. Il piccolo micio rimase sorpreso. Rimasero un po' li, il micio a farsi coccolare, e la fata a guardare la luna, con l' espressione triste di chi non può volare. Il micio chiese "Come mai non voli come le tue sorelle... non sei anche tu una fata?" e Iris diventò ancora più triste.
"Vedi le mie ali? Sono troppo deboli per volare. Non hanno forza". Il piccolo gatto nero allora divenne triste. "Posso fare qualcosa?".
"No. Nessuno può farci niente".
La piccola fata dei boschi indicò la luna piena. "E' che così, sono una fata a metà. Credo che nemmeno la grande madre mi voglia come sua figlia. Non sei una vera fata, se non sai volare".
"Nemmeno io so volare" obiettò il gatto.
"Tu sei un piccolo gatto nero. Non hai le ali, per questo non sai volare". Rispose Iris.
"Credi che davvero servano ali per poter volare? Non credi che ci siano altri modi per poterlo fare?".
Iris non aveva risposta.
Si stava facendo tardi, la luna stava per tramontare, quasi sfiorava il mare. La fata disse frettolosamente addio, volto le spalle, e si diresse verso la sua casa, verso il bosco. Il piccolo gatto nero si sentiva tanto triste. Nessuno era mai stato tanto buono con lui, nessuno gli aveva fatto quelle coccole. E soprattutto, nessuna fata lo aveva mai fatto per lui. O per qualche altro gatto.
Il micio tornò di nuovo a quella panchina in mezzo al mare, sperava di incontrare di nuovo quella fata. Lui era sicuro che avrebbe trovato il modo di farla volare, se solo lei gliene avesse data l' occasione.
E la fata? La fata pensava e ripensava a quella domanda, c'erano altri modi per poter volare? E più ci pensava e più si arrabbiava e diventava triste, perchè non aveva, non aveva una risposta. E camminò in lungo e in largo per il bosco, per chiedere consiglio. Ma nessuno aveva una soluzione.
E venne di nuovo la notte. E Iris guardava la luna piena, seduta su un ramo dell' albero più vecchio del bosco, la Grande Quercia. Iris guardava la luna, ma invece di danzare e ballare come le sorelle, sospirava.
"Piccola fata, perchè sospiri ? Cosa ti affligge?".
"Grande Quercia, io ho ali troppo deboli per volare. Esiste un altro modo per poterlo fare?"
"Piccola fata, ti rende così triste non poter volare?"
"Si, molto."
"E cosa c' è che ti rallegra?"
"Non lo so. Niente mi rallegra, Grande Quercia."
"Chiudi gli occhi, fatti cullare dal soffio del vento. E cattura un pensiero felice".
Iris chiuse gli occhi. Le tornò alla mente il piccolo micio nero, il tintinnare del campannellino, la lunga passeggiata, le mille parole. Sorrise. E poi sospirò nuovamente.
"Piccola Fata, guarda le tue ali"
Il micio miagolava triste seduto sulla panchina. Faceva freddo e tremava, ma aspettava. Aspettava che la sua fata tornasse, e agitava il campanellino, perchè così, seguendo quel suono, l'avrebbe trovato più in fretta.
E la fata arrivò. Volando stavolta! Il micio era felice, e fece tante fusa alla sua fatina. Iris prese il micio fra le sue braccia e lo strinse forte.
"Grazie, ho dovuto aspettare di incontrare te, perchè le mia ali potesso finalmente farmi volare. Perchè se c'è una cosa che ti da forza, che ti fa volare veramente in alto, sopra le nuvole, è l' amore."
Il micio disse alla fatina "Rimani sempre con me".
Da allora rimasero sempre insieme.
Nelle notti di luna piena, non meravigliatevi se, guardando in alto, vedete una fatina e... sentite miagolare!